Racconti tra storia, leggende e filò delle valli veronesi (da ascoltare)

La Palude Brusà e il contiguo territorio delle Vallette costituiscono l’ultimo residuo delle “Valli del Menago”, le aree palustri che si estendevano all’interno dei paleoalveo del fiume Menago da Bovolone fino alle “Grandi Valli Veronesi”. Alla fine del XVIII secolo le paludi di Cerea coprivano una superficie di circa 2200 ettari; oggi non ne rimangono che un centinaio di ettari

Queste valli nelle varie epoche storiche sono state utilizzate dall’uomo per la pesca, la caccia, la raccolta della canna palustre, della carice e marginalmente per la coltivazione del pioppo e degli ortaggi. La canna viene utilizzata per la fabbricazione delle “arèlle” oggi usate soprattutto per parcheggi e cantieri edili. La carice viene utilizzata per impagliare le sedie.

Il capitello

All’ingresso della Riserva protetta dell’Oasi del Brusà, in via Porte, sull’argine pubblico di proprietà comunale sorge un capitello in muratura.

Il capitello dedicato a San Vincenzo de’ Ferreri patrono delle campagne contro le grandinate e le avversità che contrastano il lavoro della terra, è stato edificato alla fine della Seconda Guerra Mondiale, in sostituzione di una piccola edicola in legno che era da tempo immemorabile affissa ad un vecchio pioppo nero, all’imbocco di un ponte sul Fiume Menago, ora demolito.

L’opera, a detta degli anziani, è stata eseguita per conto di affittuari della Valle Brusà addetti alla raccolta della canna palustre e della carice, dopo alcuni anni di stagione avversa per il raccolto. I finanziatori furono i signori Bozzolin Giuseppina, Pozzani Gaetano, di Cerea e Martini Gino e il figlio, di Macaccari.

Il manufatto è stato eseguito da un certo muratore Efren residente in località Venera, il suo manovale è stato il signor Arrigo Luppi di Cerea.

Archeologia

La Riserva Naturale comprende 2 siti di interesse storico-archeologico: il villaggio preistorico di “Tombola” e la “Motta”.

Il ritrovamento di alcuni cocci sulle rive del Fossà indusse il Prof. Zorzi nel 1955 ad effettuare degli scavi archeologici che misero alla luce pali infissi e pali orizzontali posati su un livello sabbioso di fondo. Il villaggio preistorico è riferibile alla tarda – media Età del Bronzo (XVI – XV secolo a.C); la tipologia dei vasi ritrovati rientra nell’aspetto culturale Terramaricolo.

La “Motta” della Tombola è una collinetta di origine artificiale che si eleva di circa 4 metri rispetto al dosso in cui si trova. Non si hanno per ora indicazioni certe sulla sua origine e funzione. La “Motta” compare in alcune antiche mappe di Cerea, come quella di Iseppo dalli Pontoni del 1571.

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